Cento anni di storia in un libro, ‘Legnago Forza 100’, a ripercorrere un secolo di calcio in un cammino iniziato nel lontano 1921. L’opera, curata da Federico Zuliani, è stata presentata al teatro Salus di Legnago.

In prima fila anche tante leggende della società fra ex dirigenti, allenatori e giocatori. Una storia affascinante, racchiusa in un libro pieno di cronache, racconti, grandi personaggi, aneddoti. Una storia tutta da sfogliare’ – come ha raccontato Alessandro De Pietro sulle colonne del quotidiano L’Arena.

Rossi: «Qui mi tornò la voglia di giocare, Salvatore un presidente-papà».

Uomini, prima di tutto. Rivivere la storia del Legnago è poesia estesa al calcio. Quello di una volta soprattutto. Genuino. Di paese. Semplice. Dove i valori erano sacri. Anche Ezio Rossi li riscoprì, quasi d’incanto. Uno di quelli cresciuto a pane e Torino. Palestra di vita, come succedeva una volta. «Ho avuto due inizi col Legnago io. Il primo», racconta Rossi, glorioso mediano anche dell’Hellas, «quando mi sono approcciato al mondo dei dilettanti. Fu straordinario. Mi tornò la voglia di giocare. Lavoricchiavo al mattino e mi allenavo al pomeriggio. Fu la molla che mi spinse ad andare ancora avanti, fino ai quattro anni a Treviso dove vinsi altri due campionati. Fu la mia rinascita.
Trovai un presidente-papà come France Salvatore ed un ambiente familiare. Ed ebbi poi l’opportunità di iniziare il mio percorso da allenatore, pur continuando a giocare. Le risorse erano quelle che erano, bisognava arrangiarsi. Era il Legnago in cui tutti dovevamo tirarsi su le maniche. Dai calciatori al mister, dal presidente alla moglie del presidente che a volte veniva a dare una mano in magazzino. Sarò sempre riconoscente a France, dal punto di vista umano una persona fantastica».

Ezio Rossi

Michelazzi, la fedeltà. L’ad iniziò da ragazzino l’avventura con il Salus.

Esempi. Uno dietro l’altro. Stefano Michelazzi è mezzo secolo di Legnago. Da dodici anni ad ora. Cinquanta giusti giusti. E tanti ancora davanti. Da attaccante ad amministratore delegato. «Credo sia un piccolo record. Partii col settore giovanile del Legnago, ma i miei amici erano tutti al Salus. Tutti ancora bambini. Andai lì. Sono figlio del Salus io. Di un centro giovanile», la fotografia di Michelazzi, «dove si andava appena finita la scuola. Il campo di cemento, due porticine e la luce del sole a stabilire quanto avremmo giocato quel pomeriggio. Comprese le partite sull’argine dell’Adige. Esordii in prima squadra che non avevo nemmeno sedici anni. Contro il Villa Bartolomea. Segnai anche. Feci tutte le categorie, quando poi passai al Legnago. Fino all’Eccellenza. Diciotto campionati filati. Mi fermai per motivi di lavoro, ma continuai a vivere la società. Era casa mia ormai».

Centravanti d’area allora, fine dirigente col tempo. Memorabile la sua estate di due anni fa, quando s’aprirono all’improvviso le porte della Lega Pro. Il Campodarsego, primo nel girone, rinunciò. Il presidente Davide Venturato prese la palla al balzo, unendo in un mese complicatissimo com’è agosto in Italia mille fili passando fra banche, aziende e tavoli della politica con infinita naturalezza.
«Da dirigente la Serie C è stata l’apoteosi. E poi i gol di una vita. Uno su tutti», torna indietro Michelazzi, «quello allo Zevio grazie al quale andammo agli spareggi per vincere la Prima categoria. Non mi piace però vivere di ricordi. Voglio pensare che la soddisfazione più grande sarà sempre quella che verrà il giorno dopo. Per tutti».

Stefano Michelazzi

Salvatore: il presidente senza tempo.

France Salvatore del Legnago è stato soprattutto presidente. Dieci anni, dal 1993 al 2003 dopo averci giocato, allenato e fatto il direttore generale. Leggenda vivente. «Ho vissuto la mia vita per lo sport. L’ho dedicata ai giovani. Ho un mare di ricordi alle spalle», il primo pensiero di Salvatore, «ma mi sento molto attuale. Vivo nel presente, non nel passato. Seguo sempre il Legnago, anche se allo stadio ci vado poco. Non potevo certo fare il presidente io, non ne avevo le possibilità economiche. Ho condotto la società con cuore e passione. Sempre molto intensamente, coinvolgendo tutta la mia famiglia». Aveva un sogno France: il Legnago in Serie C. Splendido terzo anche nell’Interregionale dominata dalla Triestina e dal Treviso di Bepi Pillon che aveva appena cominciato una scalata che l’avrebbe portato fino alla Serie A.
«Tornassi indietro», il punto-chiave di Salvatore, «cercherei un azionariato. Non popolare, quello lascia il tempo che trova. Ragionerei sull’esempio di quello del Barcellona. Legnago non è Verona, non è Rovigo, non è Padova. Poteva diventare un piccolo Sassuolo».

Tra uomini e ricordi: Tante istantanee ancora vivissime nella mente di France. Tanti giocatori. «Due su tutti: Massimo Fraccaro e Stefano Michelazzi. Ma anche Zanaga, Gradella, naturalmente Luciano Malaman. Così come gli allenatori legati all’amore per il mio Torino. Come Ezio Rossi e Roberto Mozzini. E certi momenti indimenticabili. La foto in cui io sono sulla panchina del Verona campione d’Italia e Osvaldo Bagnoli su quella del Salus. O il giorno del ritrovo dei grandi ex del Toro, compreso Gigi Radice», conclude l’ex presidente. Una grande festa. Momenti che ai miei occhi non avranno mai fine».

Davide Venturato

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