Tra il 2019 e il 2025 in provincia perse 658 attività, con un crollo del 25%. Nel capoluogo 203 chiusure. Torluccio: «Non è un fenomeno marginale, ma una trasformazione profonda della rete commerciale e dei servizi di prossimità».
La provincia registra un calo del 25% tra il 2019 e il 2025, molto peggiore della media nazionale. Nel capoluogo perse 203 attività. Confesercenti lancia l’allarme: «Quando chiude un bar non perdiamo soltanto un’impresa, ma un pezzo della rete sociale del territorio».
VERONA – Non è soltanto il luogo del caffè al mattino, dell’aperitivo o dell’incontro tra amici. Soprattutto nei paesi e nei quartieri, il bar è spesso un piccolo presidio sociale, un punto di riferimento quotidiano. Ed è proprio questa rete che, anno dopo anno, si sta assottigliando.
I numeri diffusi da Confesercenti raccontano un cambiamento profondo: in provincia di Verona, tra il 2019 e il 2025, è scomparso un bar su quattro.
Secondo l’analisi elaborata sui dati delle Camere di commercio, le imprese veronesi del settore sono passate dalle 2.634 del 2019 alle 1.976 del 2025. In appena sei anni sono quindi sparite 658 attività, con una contrazione del 25%.
Un dato ancora più significativo se confrontato con quello nazionale. In Italia, nello stesso periodo, i bar sono scesi da 169.839 a 145.766: 24.073 imprese in meno, pari al 14,2%. Il Veneto fa peggio, con una perdita di 2.806 attività e un calo del 20,1%. Ma Verona arretra ancora di più, arrivando appunto al 25%.
Nel capoluogo 203 bar in meno
Il fenomeno non risparmia la città. Nel comune di Verona i bar sono passati da 864 a 661, vale a dire 203 attività in meno, con una flessione del 23,5%.
Dietro queste percentuali c’è anche un pesante impatto economico. Confesercenti associa alla riduzione delle imprese del settore una perdita di ricchezza territoriale stimata in circa 197,4 milioni di euro nella provincia veronese, dei quali 60,9 milioni nel solo capoluogo.
Ma sarebbe riduttivo leggere il fenomeno soltanto attraverso il fatturato. Perché quando si spegne l’insegna di un bar, soprattutto in un piccolo centro o in una zona periferica, viene meno anche un luogo di incontro, una presenza quotidiana e, in alcuni casi, uno degli ultimi servizi rimasti.
Torluccio: «Una trasformazione profonda dei nostri territori»
A mettere in guardia sulle conseguenze è Alessandro Torluccio, direttore regionale di Confesercenti Veneto e direttore di Confesercenti Verona.
«I numeri del Veneto e soprattutto quelli di Verona ci dicono che non siamo davanti a un fenomeno marginale, ma a una trasformazione profonda della nostra rete commerciale e dei servizi di prossimità. In Veneto abbiamo perso oltre 2.800 bar in sei anni e nella provincia di Verona uno su quattro».
Per Torluccio dietro ogni chiusura c’è molto più di un semplice numero: «Dietro ogni serranda che si abbassa c’è un’impresa, ma anche un servizio che viene meno, posti di lavoro e un luogo di relazione».
Da qui la necessità, secondo Confesercenti, di guardare alla sopravvivenza delle attività di vicinato come a una questione che riguarda l’intera comunità: «Veneto e Verona devono avere la consapevolezza che difendere la rete delle attività di prossimità significa investire sulla qualità urbana, sulla sicurezza e sulla vitalità dei nostri territori».
Costi, nuovi consumi e città che cambiano
Le ragioni della contrazione sono molteplici. Pesano l’aumento dei costi di gestione, dall’energia alle materie prime, il costo del lavoro e la diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie.
Ma stanno cambiando anche le abitudini. Lo smart working ha modificato i flussi quotidiani in molte zone urbane, i consumi si distribuiscono diversamente durante la giornata e cresce la concorrenza della grande distribuzione e dei nuovi servizi di consegna.
È quindi la stessa geografia commerciale delle città e dei paesi a trasformarsi.
Vesentini: «Quando chiude un bar perdiamo un pezzo della rete sociale»
Lo sottolinea Simone Vesentini, presidente FIEPET-Confesercenti Verona: «Il dato veronese deve far riflettere perché il bar rappresenta molto più di un’attività economica. È il luogo dove si prende il caffè ogni mattina, dove ci si incontra, dove si scambiano informazioni e relazioni».
Un ruolo ancora più evidente nelle frazioni, nei piccoli comuni e nei quartieri lontani dal centro.
«È spesso uno dei primi presìdi di un quartiere o di un piccolo paese – aggiunge Vesentini –. Quando un bar chiude, non perdiamo soltanto un’impresa: perdiamo un pezzo della rete sociale e dei servizi quotidiani del territorio».
Per questo, prosegue, occorrono «condizioni che consentano a queste attività di continuare a investire, innovare e creare occupazione».
Un problema da oltre 7 miliardi in Italia
Il quadro veronese si inserisce in un fenomeno nazionale di grandi dimensioni. Secondo le stime di Confesercenti, la scomparsa di oltre 24 mila bar tra il 2019 e il 2025 avrebbe prodotto un impoverimento dei territori superiore a 7,2 miliardi di euro, considerando gli effetti su consumi, occupazione e gettito fiscale.
Il rischio è quello di una desertificazione commerciale che procede quasi senza fare rumore: una serranda oggi, un’insegna domani, fino a cambiare progressivamente il volto di una strada, di una piazza o di un paese.
«Non possiamo limitarci a registrare la chiusura delle attività – conclude Torluccio –: dobbiamo creare le condizioni perché nuove imprese possano nascere e quelle esistenti possano continuare a operare. La rigenerazione urbana passa anche dalla presenza di negozi, bar, ristoranti e servizi di prossimità».
Confesercenti intende quindi proseguire la propria iniziativa a sostegno della proposta di legge popolare contro la desertificazione commerciale e per la rigenerazione dei centri urbani.
Perché il dato di Verona, al di là delle statistiche, lascia un’immagine molto concreta: rispetto a sei anni fa, oggi manca all’appello un bar ogni quattro. E con quelle 658 serrande abbassate non sono scomparse soltanto delle imprese, ma anche altrettanti pezzi della vita quotidiana dei territori.
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