Il giudice convalida l’arresto ma non dispone misure restrittive. Udienza rinviata al 19 novembre. Nel bosco lungo l’Adige due coltivazioni su circa 200 metri quadrati, irrigazione centralizzata e fototrappole. Sequestrate una ventina di piante per oltre 60 chili lordi. E sull’artista simbolo dell’impegno contro svastiche e croci celtiche si apre inevitabilmente un caso che va oltre la cronaca giudiziaria
SAN GIOVANNI LUPATOTO – L’arresto è stato convalidato, ma Pier Paolo Spinazzè, nella foto, in arte Cibo, resta libero. Nessuna misura restrittiva, dunque, per il 44enne street artist veronese diventato famoso ben oltre i confini provinciali per la sua personale battaglia contro svastiche, croci celtiche e simboli d’odio, cancellati dai muri e trasformati in coloratissimi murales dedicati soprattutto al cibo.
Questa volta, però, Cibo è finito al centro di una vicenda che con bombolette spray, frutta e dolci dipinti sui muri ha ben poco a che vedere.
Spinazzè è comparso mercoledì 30 settembre davanti al giudice del Tribunale di Verona Clara Aprea, dopo l’arresto in flagranza eseguito il giorno precedente dalla Guardia di Finanza insieme a un’altra persona. Il giudice ha convalidato l’arresto senza applicare misure restrittive. Il procedimento proseguirà con l’udienza fissata per il 19 novembre.
E naturalmente sarà il processo, non la notorietà dell’indagato né il clamore mediatico, a stabilire le eventuali responsabilità.
Due piantagioni nascoste nel bosco
Il quadro ricostruito dagli investigatori, tuttavia, è tutt’altro che banale.
I finanzieri del Comando provinciale di Verona hanno sorpreso i due all’interno di due piantagioni di cannabis estese complessivamente su circa 200 metri quadrati, realizzate in un’area boschiva demaniale nel territorio di San Giovanni Lupatoto, nei pressi dell’Adige.
A scoprire dall’alto le coltivazioni erano stati i sorvoli degli elicotteri della Sezione Aerea della Guardia di Finanza di Venezia. Da quel momento sarebbe iniziata un’attività investigativa durata alcuni mesi e coordinata dalla Procura della Repubblica di Verona.
Videoriprese e dispositivi di localizzazione satellitare avrebbero documentato, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, ripetuti accessi all’area e le modalità con cui venivano gestite le coltivazioni.
Non qualche pianta abbandonata tra la vegetazione, insomma.
Secondo la Guardia di Finanza, era stato predisposto un impianto di irrigazione centralizzato, alimentato attraverso fusti destinati alla raccolta dell’acqua. Ma il particolare forse più significativo riguarda la presenza di fototrappole occultate nel bosco, utilizzate per controllare a distanza chi si avvicinava alle coltivazioni e, secondo gli investigatori, individuare in anticipo anche possibili controlli.
Un sistema organizzato che, alla fine, non è bastato: i finanzieri sono riusciti a sorprendere i due mentre si trovavano nell’area.
Venti piante, oltre 60 chili lordi
Il sequestro è consistente: una ventina di piante, alcune alte fino a due metri, per un peso lordo complessivo superiore ai 60 chilogrammi, oltre alle attrezzature utilizzate per la coltivazione.
Un dato, quello dei 60 chili, che va però letto correttamente: si tratta del peso lordo delle piante sequestrate, non di 60 chili di marijuana pronta per essere immessa sul mercato.
Saranno infatti le analisi di laboratorio a stabilire la percentuale di principio attivo e il numero delle dosi eventualmente ricavabili, elementi indispensabili anche per determinare il possibile valore della produzione.
Le successive perquisizioni domiciliari hanno inoltre portato al ritrovamento di altre tre piante di cannabis nell’abitazione di uno dei due arrestati e di circa 53 grammi di marijuana nell’abitazione dell’altro.
Le Fiamme Gialle stanno proseguendo le ricognizioni nell’area boschiva per verificare l’eventuale presenza di altre coltivazioni.
Il cortocircuito dell’«eroe civico»
Ed è qui che la vicenda giudiziaria inevitabilmente incontra quella pubblica.
Perché Pier Paolo Spinazzè non è un arrestato qualunque. È Cibo, l’artista che per anni ha costruito una parte importante della propria notorietà attorno a una precisa battaglia civile: individuare svastiche, croci celtiche e scritte estremiste e ricoprirle con immagini colorate di prodotti della cucina italiana.
Una forma di street art diventata messaggio sociale e politico, capace di procurargli attenzione nazionale e internazionale.
Proprio per questo l’arresto ha avuto una risonanza che probabilmente non avrebbe avuto se uno dei protagonisti non fosse stato lui.
Ed è altrettanto inevitabile che oggi emerga una domanda scomoda: quanto pesa, per un personaggio trasformato nel tempo in simbolo di impegno civile, la distanza tra l’immagine pubblica e un’accusa di questa natura?
La risposta giudiziaria spetterà esclusivamente ai magistrati.
Ma esiste anche una questione diversa, che riguarda il dibattito pubblico. Essere protagonisti di battaglie considerate giuste non attribuisce immunità morale, così come essere indagati non cancella automaticamente ciò che di positivo una persona può avere fatto in precedenza.
La legge, soprattutto, non conosce murales, simboli o appartenenze: davanti a un procedimento penale contano i fatti, le prove e le responsabilità individuali.
A Legnago la politica si inserisce nel caso
La vicenda ha già provocato reazioni anche sul terreno politico, con interventi che mettono in discussione l’immagine pubblica costruita negli anni attorno al writer e il rapporto tra Cibo e una parte della sinistra.
A Legnago è intervenuto Mattia Lorenzetti, consigliere comunale e capogruppo di Fratelli d’Italia, ricordando che nel 2018 l’allora amministrazione di centrosinistra aveva invitato Cibo a realizzare alcuni dipinti sul magazzino all’ingresso del Parco comunale.
Lorenzetti pone soprattutto una questione educativa, anche in considerazione della presenza nell’area di giochi frequentati dai bambini: «I nostri bambini hanno la necessità di persone adulte che siano un esempio. Non si può pretendere legalità “coltivando” illegalità».
Pur precisando che spetterà alla magistratura accertare le eventuali responsabilità penali, il consigliere annuncia che chiederà all’amministrazione comunale di intervenire sulla struttura del Parco, migliorando la sicurezza dei bagni e procedendo anche alla tinteggiatura esterna dell’edificio, con la conseguente cancellazione dei graffiti realizzati da Cibo.
Una richiesta destinata inevitabilmente ad alimentare il dibattito: non soltanto sulla vicenda giudiziaria che coinvolge Spinazzè, ma anche sull’opportunità di conservare o meno opere realizzate anni prima e che, fino a pochi giorni fa, venivano lette esclusivamente come espressione artistica.
È un terreno sul quale, però, occorre distinguere nettamente i piani.
Un conto è il confronto politico sull’utilizzo pubblico della figura di Cibo e sul valore simbolico attribuito negli anni alla sua attività; altro è l’accertamento penale delle responsabilità di Spinazzè. Trasformare il primo nel verdetto sul secondo significherebbe anticipare nelle sedi politiche un giudizio che spetta esclusivamente alla magistratura.
Ora la parola passa al processo
Per il momento rimangono alcuni fatti.
L’arresto in flagranza è stato convalidato. Cibo resta però libero, senza misure restrittive, in attesa della prossima udienza. Le piante e il materiale sono stati sequestrati e dovranno essere analizzati.
Soprattutto, Spinazzè è un indagato e come tale deve essere considerato fino all’accertamento definitivo delle responsabilità.
Il prossimo passaggio è fissato per il 19 novembre.
Fino ad allora rimane una vicenda destinata a far discutere, proprio per il cortocircuito fra due immagini difficili da sovrapporre: quella dell’artista che sui muri combatteva i simboli dell’odio e quella dell’uomo che la Guardia di Finanza ha trovato in una coltivazione di cannabis nascosta nel bosco.
Due immagini molto diverse. A stabilire che cosa ci sia, sul piano penale, dietro la seconda sarà però il Tribunale.
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