Dalla quercia piantata da Mario nel Veronese al lievito madre custodito per generazioni, dai campi del Polesine alle barche di Sant’Erasmo: il cortometraggio di Jesusleny Gomes riporta sul grande schermo le persone incontrate durante lo straordinario cammino attraverso i 574 comuni veneti

VENEZIA – Dieci anni dopo, Jesusleny Gomes è tornata sui suoi passi. Non per ripetere un viaggio, ma per scoprire cosa fosse rimasto di quelle persone, di quelle storie e di quel Veneto incontrato camminando, paese dopo paese, attraverso tutti i suoi 574 comuni.

Da questo ritorno nasce “Alma Veneta – dieci anni dopo il cammino”, cortometraggio presentato il 2 settembre allo Spazio della Regione del Veneto/Veneto Film Commission all’Hotel Excelsior del Lido, nell’ambito dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Una presentazione molto partecipata, con la sala piena e diverse persone rimaste all’esterno. Ma soprattutto con molti dei protagonisti del film seduti in platea: non attori chiamati a interpretare una parte, bensì uomini e donne che raccontano semplicemente se stessi.

Ed è probabilmente proprio questa la forza di Alma Veneta.

Nessun attore: i protagonisti sono i veneti

Il cortometraggio, scritto da Jesusleny Gomes, diretto da Riccardo Gelsumino e prodotto da Matteo Silvestri per Hurricane Film Studio Production, sceglie infatti di non ricostruire nulla.

Ci sono mani segnate dal lavoro, campi, pane, acqua, barche, ricordi. E soprattutto persone.

Tutto comincia da un’impresa compiuta dieci anni fa, quando Gomes, brasiliana d’origine e veneta d’adozione, decise di attraversare a piedi tutti i 574 comuni del Veneto, incontrando comunità, tradizioni e storie spesso lontane dai grandi riflettori.

A distanza di un decennio è tornata da alcune delle persone conosciute allora. Nel frattempo il Veneto è cambiato, ha attraversato il Covid, ha visto crescere ancora il turismo e ha dovuto fare i conti con trasformazioni sociali sempre più veloci.

La domanda diventa così inevitabile: quanto dell’anima di una terra riesce a resistere al tempo?

Mario e quella quercia piantata dieci anni fa

Una delle storie più suggestive arriva dal Veronese.

C’è Mario, contadino di novant’anni, che durante il primo cammino piantò una quercia per Jesusleny. Dieci anni dopo lei è tornata a trovare entrambi: Mario e quell’albero.

Attorno a lui c’è un piccolo museo contadino costruito raccogliendo oggetti e frammenti di una vita: vecchi attrezzi, una divisa comunale del dopoguerra e i ricordi delle escursioni in montagna, quando dall’alto guardava la nebbia coprire tutto ciò che stava cinquanta metri più sotto.

«Dicevo ai miei amici: è tutto nostro», ricorda.

Poche parole che sembrano racchiudere un rapporto con il territorio fatto più di appartenenza che di possesso.

Gabriele, tornato sul trattore dopo aver perso una gamba

Nel Polesine il viaggio incontra invece Gabriele, nato, letteralmente, in un campo di radicchio di Chioggia.

Un grave incidente sul lavoro gli è costato una gamba. Avrebbe potuto significare la fine della sua vita nei campi. È accaduto il contrario: Gabriele è tornato sul trattore e agli stessi lavori di prima.

«Dopo l’incidente sono andato a cercare i miei limiti, e non li ho trovati».

È una delle frasi più potenti del film, perché trasforma una vicenda personale in qualcosa che assomiglia molto al carattere della terra raccontata.

Il lievito madre che attraversa le generazioni

Poi c’è un panificio.

Dieci anni fa, durante il suo cammino, a Jesusleny venne affidato un pezzo di lievito madre. Un gesto semplice, ma quasi intimo: consegnare a qualcuno una parte di qualcosa che viene curato quotidianamente e tramandato nel tempo.

Quel lievito è ancora vivo.

Ed è proprio questa una delle immagini simboliche più riuscite di Alma Veneta: se non viene alimentato muore; se qualcuno continua a prendersene cura, attraversa gli anni e le generazioni.

Come una tradizione.

Come la memoria.

Da Sant’Erasmo alle gondole: una Venezia che cerca di non perdersi

A Sant’Erasmo, l’orto della laguna veneziana, Evelina ricorda invece il tempo in cui le verdure raggiungevano il mercato di Rialto sulle barche e i forestieri, passando da Murano, si fermavano a fotografarle. Un mondo che lentamente rischia di scomparire.

C’è poi Fabio, che Jesusleny conobbe quando aveva appena quattordici anni e un sogno: diventare gondoliere.

Dieci anni dopo quel sogno è diventato realtà. Fabio ha studiato beni culturali proprio per rimanere legato alla sua Venezia e considera le tradizioni una sorta di filo capace di attraversare i secoli senza spezzarsi.

E c’è Alvise, tassista veneziano cresciuto sull’acqua, sul motoscafo del padre. La sua ricetta per non perdere l’identità è apparentemente controcorrente: avere il coraggio di fare qualche passo indietro, recuperando semplicità e rapporti personali.

Nel film compare anche Ivan De Beni, sindaco all’epoca del primo cammino, che lega il futuro delle tradizioni anche a una nuova idea di turismo: un visitatore sempre più alla ricerca di ciò che è autenticamente connesso al territorio e sempre meno attratto da ciò che potrebbe trovarsi indifferentemente in qualsiasi parte del mondo.

Il ricordo della madre e il significato di “Alma”

Ma l’origine più profonda del progetto si trova a migliaia di chilometri dal Veneto, ad Água Boa, nel Minas Gerais brasiliano, dove Jesusleny Gomes è nata.

Sua madre faceva la sarta e le insegnò che ciò che viene realizzato con il cuore può attraversare le generazioni senza perdere la propria essenza. Quello che viene “cucito” con cura diventa vita e, in qualche modo, anima.

È questa stessa idea che Gomes racconta di avere ritrovato nella terra che l’ha accolta.

Da qui Alma, anima.

Alla Mostra il confronto sul futuro delle tradizioni

Dopo la proiezione, l’incontro moderato dall’attrice e presentatrice Monica Vallerini ha allargato la riflessione al rapporto tra identità, turismo e trasformazione del territorio.

Sono intervenuti il vicepresidente e assessore regionale Lucas Pavanetto, l’assessore regionale Valeria Mantovan, Jesusleny Gomes, Matteo Silvestri e Riccardo Gelsumino.

Pavanetto ha ricordato il curioso modo con cui Gomes si presentò la prima volta: «Quella che ha attraversato tutti i comuni del Veneto». Ha quindi sottolineato il peso turistico della regione, parlando di oltre 74 milioni di presenze e 22 milioni di arrivi, ma soprattutto della necessità di considerare le tradizioni non come qualcosa da mettere sotto una campana di vetro: cambiano, evolvono e devono riuscire a dialogare con il presente.

Da qui anche il richiamo a un’ospitalità più lenta e alla riscoperta del cammino come maniera diversa di conoscere realmente i territori.

Mantovan ha evidenziato invece come dietro un racconto apparentemente semplice si nasconda una riflessione molto più ampia sull’accessibilità e sul modo di vivere il territorio, ringraziando in particolare le persone che hanno scelto di mettersi davanti alla macchina da presa e raccontare la propria vita.

Il corto potrebbe diventare un documentario

E proprio la quantità di vita incontrata durante le riprese potrebbe portare Alma Veneta oltre i confini del cortometraggio.

Il materiale raccolto è infatti molto più ampio e il progetto guarda già alla possibilità di trasformarsi in un documentario, approfondendo ulteriormente il viaggio attraverso il Veneto e le sue comunità.

Accanto a Gomes, Silvestri e Gelsumino, il team comprende il direttore della fotografia Mirko Colucci. Gelsumino, attivo nel cinema indipendente e di genere, ha collaborato con Ruggero Deodato e diretto Franco Nero nel corto Soldi Soldi Soldi; Colucci vanta a sua volta diverse esperienze nel cinema indipendente. I due hanno inoltre collaborato in progetti per Rai e Mediaset.

Eppure, alla fine, la tecnica cinematografica sembra quasi fare volontariamente un passo indietro.

Perché i veri protagonisti rimangono loro: Mario e la sua quercia, Gabriele sul trattore, Evelina e le barche cariche di verdura, Fabio sulla gondola, Alvise sul motoscafo, il panificio e quel lievito madre ancora vivo dopo dieci anni.

Piccole storie che, messe una accanto all’altra, compongono il ritratto di una regione molto più complessa delle sue cartoline.

Una terra che cambia, corre e accoglie milioni di visitatori, ma che continua a interrogarsi su ciò che non vuole perdere.

Forse l’“alma veneta” raccontata dal film è proprio questo: qualcosa che non si conserva semplicemente ricordandolo, ma continua a vivere soltanto se qualcuno, ogni giorno, se ne prende cura. Proprio come quel lievito madre.

 

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