VERONA – Un’altra insegna si prepara ad abbassare definitivamente la saracinesca nel cuore di Verona. Entro la fine di luglio chiuderà infatti il punto vendita Max&Co di via Mazzini, storico marchio della moda appartenente al gruppo Max Mara, dopo il mancato rinnovo del contratto di locazione dei locali che ospitano il negozio.

La chiusura interessa uno dei brand più conosciuti del gruppo emiliano, realtà che mantiene anche un importante legame con il territorio della Bassa veronese grazie allo Store Intrend di San Pietro di Legnago, l’outlet ufficiale del gruppo Max Mara dove vengono commercializzate le collezioni delle stagioni precedenti dei marchi della casa madre, tra cui Max&Co, Max Mara, Marella e Pennyblack.

A preoccupare, però, non è soltanto la perdita di un altro punto vendita nel centro storico cittadino, ma soprattutto il futuro delle otto lavoratrici impiegate nel negozio. La trattativa avviata tra azienda e organizzazioni sindacali per individuare soluzioni occupazionali si è infatti subito arenata. Secondo Filcams Cgil Verona, la proposta avanzata dall’azienda sarebbe insufficiente e non garantirebbe adeguate tutele alle dipendenti coinvolte.

Nel corso dell’incontro tenutosi venerdì 29 maggio, la società avrebbe proposto il trasferimento di sole due lavoratrici nel vicino negozio Marina Rinaldi, sempre in via Mazzini e appartenente alla stessa divisione aziendale. Una soluzione che, secondo il sindacato, presenta però un ulteriore elemento critico: alle dipendenti interessate verrebbero offerti esclusivamente contratti a tempo determinato.

Per le altre sei lavoratrici le alternative prospettate sarebbero il trasferimento in altri punti vendita del gruppo, anche fuori provincia, oppure l’adesione a un piano di uscita volontaria incentivata.

«Per essere realmente tale, una scelta deve poggiare su condizioni adeguate e realistiche. Diversamente non siamo davanti a un piano di ricollocamento, ma soltanto a un modo elegante per mettere la gente alla porta», afferma Nicola Spadavecchia, segretario della Filcams Cgil Verona.

Il sindacalista sottolinea inoltre come il trasferimento non possa tradursi in un peggioramento delle condizioni lavorative. «Se si propone uno spostamento in un’altra città o provincia – osserva – l’offerta deve essere accompagnata da un rimborso spese adeguato. Allo stesso modo, l’eventuale incentivo all’esodo deve consentire alle lavoratrici di affrontare il licenziamento con strumenti concreti per ricollocarsi nel più breve tempo possibile. Nel caso Eataly, in condizioni ben più difficili, siamo riusciti a contrattare almeno dodici mensilità».

La vicenda riaccende anche il dibattito sul progressivo cambiamento del volto commerciale del centro storico veronese. Negli ultimi anni diverse attività hanno lasciato gli spazi più prestigiosi della città, alimentando interrogativi sul futuro di una delle vie dello shopping più importanti del Veneto.

«Vertenze come questa, quella di Coin e altre affrontate negli ultimi anni – conclude Spadavecchia – evidenziano come a Verona sia in corso un vero e proprio risiko immobiliare che assume i contorni di uno scontro tra poteri. Dinamiche che sembrano sempre più lontane dagli interessi del lavoro e che rischiano di incidere negativamente anche sulle prospettive di sviluppo della città».

Una chiusura che va oltre la semplice cessazione di un’attività commerciale e che riporta al centro dell’attenzione il delicato equilibrio tra rendita immobiliare, occupazione e vitalità economica del centro storico veronese.

 

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