Volontari e imprese intervengono per recuperare il piccolo edificio dedicato a Sant’Antonio. Poi una segnalazione mette in moto la Soprintendenza, che chiede chiarimenti alla Pro Loco, al Comune e alla Curia vicentina attraverso il parroco. Intanto in paese circolano voci sull’identità del “corvo”.
VERONELLA – A Veronella servirebbe forse un nuovo cartello accanto al capitello di Sant’Antonio: «Attenzione: prima di fare del bene, munirsi di autorizzazione».
Perché la vicenda del piccolo edificio votivo all’incrocio tra via Roversello e via Palazzetto sta assumendo i contorni di uno di quei paradossi nei quali la buona volontà rischia di trasformarsi in un problema.
Il capitello aveva bisogno di cure. Umidità, infiltrazioni e deterioramento delle murature non erano certo un’invenzione. Alcuni volontari, sostenuti anche dalla disponibilità di imprese locali, si sono quindi rimboccati le maniche con l’intenzione di recuperarlo. Il 12 giugno la riapertura era stata salutata con una festa.
Sembrava il lieto fine. Invece era soltanto l’inizio.
Arriva il “corvo” e partono le lettere
Qualcuno ha infatti deciso di segnalare alla Soprintendenza quanto era stato fatto, sollevando il problema dell’eventuale mancanza delle autorizzazioni previste per intervenire su un bene di interesse storico.
La Soprintendenza, com’è suo dovere dopo aver ricevuto una segnalazione, ha così acceso i riflettori sulla vicenda e chiesto spiegazioni a tre soggetti: Pro Loco di Veronella, Amministrazione comunale e Curia di Vicenza, interessando anche il parroco.
Ed è qui che la storia diventa curiosa.
Perché, stando alle ricostruzioni emerse, la Pro Loco avrebbe fornito soltanto del materiale di supporto, senza essere il soggetto che ha realizzato o diretto il restauro.
La Parrocchia, dal canto suo, non sarebbe stata preventivamente a conoscenza dell’intervento.
E il Comune di Veronella si trova chiamato a fornire chiarimenti su un manufatto che non risulta essere di sua proprietà e sul quale non avrebbe competenza diretta.
Tre destinatari per una domanda che rimane ancora sospesa nell’aria: chi, esattamente, avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione?
E c’è persino il giallo della proprietà
Come se non bastasse, c’è un dettaglio che rende la vicenda ancora più singolare: non sarebbe nemmeno definitivamente chiarita la proprietà del capitello.
Le ricostruzioni storiche riferiscono che il manufatto venne costruito originariamente da un privato e successivamente donato alla Parrocchia. Ma il capitello non risulterebbe accatastato.
Così si arriva al paradosso: bisogna capire chi avrebbe dovuto autorizzare i lavori prima ancora di avere definitivamente chiarito chi sia il proprietario del bene sul quale quei lavori sono stati eseguiti.
Nel frattempo una cosa è certa: il capitello esiste da oltre un secolo e aveva bisogno di manutenzione.
Cavallon: «Volontariato prezioso, ma nessun giudizio sui lavori»
Il sindaco di Veronella Matteo Cavallon (nella foto) tiene a distinguere nettamente i due aspetti della vicenda. Da una parte ribadisce il proprio apprezzamento per il volontariato e non mette in discussione la buona fede e le intenzioni di chi è intervenuto sul capitello; dall’altra precisa di non aver mai espresso valutazioni tecniche sulla necessità, correttezza o efficacia dei lavori eseguiti. Prima della richiesta di chiarimenti della Soprintendenza, infatti, il Comune non era a conoscenza dell’intervento né della natura delle opere effettuate. Inoltre, dalle verifiche svolte finora, il capitello non risulta di proprietà comunale e la sua titolarità resta ancora da chiarire.
Ed è probabilmente questo il punto centrale dell’intera vicenda.
Se sono state omesse autorizzazioni necessarie, saranno gli organismi competenti ad accertarlo.
Le regole sui beni culturali non sono un optional. Ma altrettanto importante è non perdere di vista la differenza tra chi interviene per speculare o danneggiare un bene e chi, magari senza conoscere fino in fondo il labirinto delle procedure, agisce gratuitamente e in buona fede convinto di salvaguardare un pezzo del proprio paese.
Sono situazioni profondamente diverse.
Poi c’è il capitolo più delicato: quello della segnalazione.
Chi ha segnalato la vicenda era naturalmente libero di farlo. Se riteneva che potesse esserci un problema nella tutela di un bene storico, rivolgersi alla Soprintendenza era un suo diritto.
Ma era davvero questa l’unica strada possibile?
Prima di mettere in moto lettere, richieste di chiarimenti e verifiche, non sarebbe stato più utile bussare alla porta del Comune, della Parrocchia o degli stessi volontari e dire semplicemente: «Attenzione, forse per questi lavori serve un’autorizzazione»?
Probabilmente il risultato sarebbe stato lo stesso sul piano della tutela. Ma molto diverso sul piano umano.
Il rischio? Che la prossima volta nessuno faccia più nulla
È questo l’aspetto che dovrebbe interessare maggiormente Veronella.
Perché vicende del genere possono produrre un effetto molto semplice: scoraggiare il volontariato.
La prossima volta che qualcuno vedrà un capitello deteriorato, una piccola testimonianza storica bisognosa di manutenzione o un angolo del paese da recuperare, potrebbe ricordarsi di questa storia e concludere: «Meglio lasciar perdere».
E allora sì che il paese avrebbe perso qualcosa.
Naturalmente la buona fede non cancella eventuali obblighi di legge. Ma il rispetto delle norme può e deve convivere con il buon senso, soprattutto quando dall’altra parte ci sono cittadini che non hanno ottenuto un euro e hanno messo a disposizione tempo, lavoro e materiali.
Il capitello di Sant’Antonio oggi è ancora al suo posto.
È stato sistemato, è tornato decoroso e, ironia della sorte, probabilmente non era mai stato così osservato come dopo il suo restauro.
Ora toccherà alla Soprintendenza stabilire se tutto sia stato fatto nel rispetto delle procedure e indicare eventualmente come rimediare.
Quanto al “corvo”, vero o presunto, le chiacchiere di paese faranno il loro corso.
Ma resta una domanda molto meno pettegola e molto più importante:
se l’obiettivo era fare il bene del capitello e di Veronella, non sarebbe stato meglio aiutare chi stava cercando di salvarlo, indicando prima la strada corretta, anziché intervenire soltanto dopo con una segnalazione?
Perché tutelare il patrimonio significa certamente proteggere le pietre.
Ma significa anche non spegnere la buona volontà di chi, quelle pietre, ha deciso gratuitamente di prendersene cura.
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