La consigliera regionale del Pd mette sotto accusa la distribuzione della rete antiviolenza: «Venezia ne ha 16, Vicenza 14 e Padova 12». Nel Veneto 62 punti di accesso, ma secondo Bigon soltanto quattro sono nel Veronese. E chiede alla Regione di aumentare le risorse proprie.

VERONA – Sessantadue punti di accesso in tutto il Veneto, ma soltanto quattro nella provincia di Verona. È su questo confronto che Anna Maria Bigon, consigliera regionale del Partito Democratico, apre un caso politico sulla rete dei servizi contro la violenza sulle donne.

Perché dietro le statistiche c’è una domanda molto concreta: quanto deve spostarsi una donna prima di trovare una porta alla quale bussare per chiedere aiuto?

La nuova relazione regionale riferita al 2025 fotografa in Veneto una rete composta da 25 Centri antiviolenza e 37 sportelli, per complessivi 62 punti di accesso. Una struttura che svolge un ruolo fondamentale nell’ascolto e nell’accompagnamento delle vittime verso percorsi di uscita dalla violenza.

Ma è la distribuzione territoriale a finire nel mirino di Bigon.

«I dati parlano chiaro: su un totale di 62 punti di accesso attivi in tutto il Veneto, la provincia di Verona ne conta soltanto quattro», afferma la consigliera dem. «Si tratta di un numero decisamente sproporzionato se confrontato con la popolazione del bacino veronese e con le altre realtà della nostra Regione: basti pensare che Venezia ne conta 16, Vicenza 14 e Padova 12».

Se i numeri provinciali richiamati dalla consigliera vengono messi uno accanto all’altro, il divario appare evidente. Ed è proprio qui che la questione esce dalla semplice contabilità per diventare un problema di accessibilità del servizio.

Verona non è soltanto il capoluogo. C’è una provincia estesa, con la Bassa Veronese, l’Est, il Garda e le aree montane. Per una donna che vive lontano dalla città, magari senza automobile, con figli o in una condizione di dipendenza economica e familiare, anche alcune decine di chilometri possono trasformarsi in un ostacolo.

Ed è forse questo l’aspetto più delicato: un servizio contro la violenza può esistere sulla carta, ma la sua efficacia dipende anche dalla possibilità di raggiungerlo rapidamente, discretamente e senza complicazioni.

Secondo i dati richiamati da Bigon, in Veneto vi sarebbe mediamente un punto di accesso ogni 35.531 donne residenti dai 14 anni in su. È dunque sulla distribuzione dei presidi, oltre che sul loro numero complessivo, che la consigliera chiede alla Regione un cambio di passo.

C’è poi il capitolo economico.

Bigon indica in oltre 7,8 milioni di euro le risorse complessivamente programmate per il 2025: 7.817.527 euro. Di queste, secondo i dati citati dalla consigliera, 5,91 milioni derivano da fondi statali destinati a Centri antiviolenza e case rifugio, mentre 452 mila euro sono destinati ai CUAV, i Centri per uomini autori di violenza. La quota finanziata direttamente con risorse regionali ammonterebbe invece a 1,45 milioni.

Ed è proprio su questa proporzione che il Pd concentra la critica.

«Appare evidente come l’investimento con risorse proprie regionali sia ancora del tutto insufficiente per garantire una copertura territoriale omogenea e capillare», sostiene Bigon.

La richiesta politica, quindi, non è soltanto quella di spendere di più, ma di utilizzare maggiori risorse regionali per riequilibrare una rete che, secondo la consigliera, oggi penalizza in particolare il territorio veronese.

Il tema merita però anche una lettura più ampia. Il Veneto negli ultimi anni ha rafforzato gli strumenti istituzionali contro la violenza sulle donne, arrivando anche all’istituzione dell’Osservatorio regionale con la legge del 27 novembre 2024. La relazione sull’attività 2025 dell’Osservatorio è stata approvata dal Consiglio regionale il 30 giugno 2026 con 41 voti favorevoli e un’astensione. Il problema posto oggi è dunque diverso: alla crescita dell’attenzione istituzionale corrisponde una presenza sufficientemente capillare dei servizi sul territorio?

Per Verona, Bigon risponde negativamente.

«La lotta alla violenza di genere richiede vicinanza, immediatezza e presidi diffusi. Troppe donne rischiano oggi di trovare porte chiuse o di dover percorrere decine di chilometri prima di poter chiedere aiuto».

E conclude con una richiesta precisa alla Giunta regionale: «A Verona quattro punti di accesso non possono bastare per coprire un territorio vasto e articolato che va dal capoluogo alla provincia, dalla pianura alle zone montane. È indispensabile che la Regione Veneto aumenti in modo significativo il proprio impegno finanziario diretto».

Il punto politico, alla fine, è tutto qui: non basta contare quanti servizi esistono complessivamente in Veneto. Occorre capire dove sono. Perché quando si parla di una donna che cerca di uscire da una situazione di violenza, la distanza tra casa e il primo luogo sicuro al quale rivolgersi non è un dettaglio geografico. Può diventare parte stessa del problema.

 

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