Nel 1892 Orlandino lasciò il Veronese e partì per il Brasile senza fare mai più ritorno. Generazioni dopo, una fotografia dimenticata in un cassetto ha spinto Michele Buoso a cercare quel ramo perduto. Ad agosto l’incontro a Sumidouro: abbracci, tombe ritrovate e una famiglia finalmente riunita.

TERRAZZO – Chissà quante volte Orlandino Donin si sarà voltato indietro.

Era il 1892 e lasciare Terrazzo non significava prendere un treno sapendo che, prima o poi, si sarebbe tornati. Per molti significava salutare una casa, una strada, una chiesa, forse perfino un albero conosciuto fin dall’infanzia, senza sapere se li si sarebbe mai più rivisti.

Nelle campagne venete la vita era dura. La terra dava poco, le famiglie erano numerose e dall’altra parte dell’oceano correva una parola che aveva quasi il sapore di una promessa: America.

Anche Orlandino partì.

Possiamo immaginarlo con poche cose raccolte in un bagaglio, i vestiti migliori indossati per il viaggio e negli occhi quella strana mescolanza di paura e speranza che deve aver accompagnato migliaia di veneti verso i porti dell’emigrazione.

Forse qualcuno gli disse: «Scrivi».

Forse qualcun altro: «Torna presto».

Orlandino, invece, non sarebbe mai più tornato.

Il Cheribon e quel viaggio verso l’ignoto

Si imbarcò sul Cheribon, diretto in Brasile.

Dietro rimaneva Terrazzo. Davanti c’erano settimane di navigazione e un mondo del quale probabilmente conosceva poco più del nome.

Per comprendere davvero questa storia bisogna tornare a quel Veneto di fine Ottocento, quando partire non aveva nulla di romantico. Si emigrava perché spesso non c’era alternativa. Si lasciavano famiglie, affetti e paesi nei quali il cognome raccontava chi eri molto prima che tu aprissi bocca.

L’oceano divideva due vite: quella che si abbandonava e quella che ancora non si conosceva.

Orlandino arrivò in Brasile e fu indirizzato a Su ioduro, nello Stato di Rio de Janeiro, dove trovò lavoro nelle piantagioni di caffè.

Il ragazzo di Terrazzo cominciò così una seconda esistenza.

In Brasile incontrò Angela Longo, anche lei veneta, emigrata da Valdobbiadene. Due persone arrivate da paesi lontani poche decine di chilometri in Italia dovettero attraversare un oceano per costruire insieme la propria famiglia in Sudamerica.

Ebbero otto figli.

Uno di loro si chiamava Ivo Sante Donin.

Il figlio dell’emigrante che diventò il prete di tutti

Ivo nacque il 19 maggio 1912.

Era figlio di quella grande diaspora veneta che aveva portato dialetti, tradizioni, fede, nostalgia e voglia di riscatto dall’altra parte dell’Atlantico.

La sua vita avrebbe lasciato un segno profondo a Sumidouro.

Diventato sacerdote, fu parroco della città per 42 anni. Venne nominato Monsignore Camerario Segreto da tre Papi e contribuì alla nascita di opere, cooperative e soprattutto scuole.

Per la gente del posto non fu semplicemente un sacerdote.

Divenne un punto di riferimento.

Il figlio di Orlandino, l’uomo partito da un piccolo paese della provincia di Verona in cerca di un futuro, aveva finito per scrivere un pezzo della storia di una comunità brasiliana.

Eppure, a migliaia di chilometri di distanza, un filo continuava ancora a legare Sumidouro a Terrazzo.

Era sottile, fragile. Fatto di carta e inchiostro.

Le lettere ad Assunta

Monsignor Ivo scriveva alla cugina Assunta Donin, rimasta a Terrazzo.

Assunta era figlia di Albino, fratello minore di Orlandino.

Quelle lettere attraversavano l’Atlantico e, per qualche istante, annullavano la distanza. Da una parte il Brasile, dall’altra il Veneto. Nel mezzo, mesi e anni di vite che scorrevano separate.

Possiamo soltanto immaginare cosa rappresentasse allora ricevere una lettera dall’altra parte del mondo.

Una busta arrivava a casa e improvvisamente qualcuno che viveva a migliaia di chilometri tornava nella stanza.

Una grafia conosciuta diventava una voce.

Finché, nel 1982, Monsignor Ivo morì.

Le lettere finirono.

Il filo si spezzò.

Passarono gli anni. Poi i decenni.

I protagonisti di quella storia scomparvero uno dopo l’altro e ciò che era stato memoria diventò racconto familiare. Poi appena un ricordo.

Fino a quando qualcuno aprì un cassetto.

Una fotografia dimenticata

Più di un secolo dopo la partenza di Orlandino, Michele Buoso, 33 anni, di San Zenone di Minerbe e bisnipote di Assunta, stava rovistando tra i cassetti della casa di famiglia a Terrazzo.

Tra vecchie cose apparve una fotografia.

Era l’immagine di un sacerdote.

Un volto del passato che sembrava non avere più una storia.

«I parenti mi hanno raccontato che era un cugino brasiliano della nonna – racconta Michele – ma le informazioni erano molto poche. Da subito ho sentito il desiderio di scoprire di più».

Avrebbe potuto rimettere quella fotografia nel cassetto.

Non lo fece.

Ed è probabilmente qui che comincia la parte più sorprendente della storia.

Michele iniziò a cercare.

Archivio di Stato, documenti, registri, il portale Antenati. Nome dopo nome, data dopo data, ricostruì l’albero genealogico.

Quel sacerdote senza storia tornò ad avere un’identità.

Monsignor Ivo Sante Donin.

Ma Michele voleva sapere se dall’altra parte dell’oceano qualcuno lo ricordasse ancora.

Pubblicò una richiesta di informazioni in un gruppo Facebook dedicato a Sumidouro.

E il Brasile rispose.

«Per voi era un parente. Per noi era una luce»

Arrivarono messaggi. Ricordi. Testimonianze.

Tanti.

«Non mi aspettavo nulla, forse solo qualche informazione in più – racconta Buoso –. Invece sono stato travolto da un’ondata di affetto e da decine di testimonianze su un uomo che per me era solo un nome in un albero genealogico, ma che per quella comunità era stato una luce».

A quel punto una ricerca genealogica non bastava più.

«È in quel momento che ho capito che dovevo andare fino in fondo a questa storia».

Michele aveva già programmato un viaggio in Brasile con quattro amici. Quella vacanza cambiò significato.

Nell’itinerario entrò un nome: Sumidouro.

Da Terrazzo parte nuovamente un messaggio

Anche il Comune di Terrazzo decise di accompagnare simbolicamente quel ritorno.

Il sindaco Enrico Visentin affidò a Michele un gagliardetto, una lettera e un libro sulla storia del paese.

Piccoli oggetti, ma carichi di significato.

Nel 1892 da Terrazzo era partito Orlandino con la speranza di costruirsi una vita.

Nel 2026, dallo stesso paese, partivano i simboli della comunità per dire ai suoi discendenti: non vi abbiamo dimenticati.

4 agosto 2026: 134 anni dopo

Poi è arrivato il giorno.

Il 4 agosto 2026 Michele Buoso è entrato a Sumidouro.

Non come turista.

Ad aspettarlo c’erano le autorità cittadine, i discendenti brasiliani della famiglia Donin e una comunità che aveva conservato il ricordo di Monsignor Ivo.

L’incontro pubblico aveva un titolo che sembrava scritto apposta per quella storia:

«Recordar é viver». Ricordare è vivere.

Michele si è trovato davanti persone mai viste prima che, in qualche modo, appartenevano alla sua stessa storia.

Dopo 134 anni, i due rami della famiglia si guardavano nuovamente negli occhi.

«Ho sognato questo momento per mesi, ma viverlo di persona è stato davvero commovente – racconta –. Il silenzio e lo smarrimento di tanti anni ora non esistono più: abbiamo riempito il vuoto, abbiamo riunito la famiglia e colmato il dolore che i nostri antenati hanno provato quando si sono dovuti separare».

Davanti alla tomba di Orlandino

Il 4 e 5 agosto Michele ha percorso i luoghi dei Donin brasiliani.

La Igreja Matriz, dove riposano i resti mortali di Monsignor Ivo.

La piazza che oggi porta il suo nome.

La sede della Sodonin, l’associazione che riunisce la grande famiglia Donin in Brasile.

Poi il cimitero.

Lì c’è la tomba di Orlandino Donin e Angela Longo.

Forse è proprio davanti a quella lapide che il viaggio iniziato in un cassetto di Terrazzo ha trovato il suo significato più profondo.

Orlandino non era mai riuscito a tornare al suo paese.

134 anni dopo, è stato un ragazzo della sua famiglia a compiere il viaggio al contrario.

Non per riportarlo fisicamente a casa, ma per recuperare la sua storia.

Per dire che quella partenza non era stata dimenticata.

L’abbraccio che Assunta non aveva potuto dare

C’è infine un’altra persona che, idealmente, ha viaggiato con Michele.

È la bisnonna Assunta.

La donna delle lettere.

Quella che per anni aveva ricevuto dal Brasile le parole di Monsignor Ivo e che probabilmente aveva immaginato tante volte quella terra lontanissima dove vivevano i suoi parenti.

«Dedico questa ricerca e questo viaggio alla mia famiglia e soprattutto alla mia bisnonna Assunta, che finalmente ha potuto incontrare i cugini lontani attraverso me», dice Michele.

Ed è difficile trovare parole migliori.

Perché alcune storie familiari sembrano finire semplicemente perché muoiono le persone che potevano raccontarle.

In realtà rimangono lì.

Dentro una fotografia senza data, una lettera conservata male, un nome scritto sul retro di un’immagine, un cassetto che nessuno apre più.

Aspettano.

La storia dei Donin ha aspettato 134 anni.

Poi Michele ha aperto quel cassetto.

E improvvisamente l’oceano è diventato un po’ più piccolo.

«Questa missione – conclude – ha voluto essere anche un’occasione per rendere onore alla discendenza dei figli della nostra terra veneta migrati altrove, uomini e donne che hanno attraversato l’oceano e hanno saputo seminare del bene nel mondo».

Forse è proprio questo ciò che rimane della storia.

Nel 1892 un giovane veneto partì da Terrazzo pensando di andare in Brasile a cercare fortuna.

Non poteva sapere che suo figlio sarebbe diventato un uomo amatissimo da un’intera comunità.

Non poteva sapere che il suo cognome sarebbe sopravvissuto dall’altra parte dell’oceano.

E certamente non poteva immaginare che, 134 anni più tardi, un suo discendente avrebbe attraversato quello stesso Atlantico per cercarlo.

Orlandino non tornò mai a Terrazzo.

Ma nell’agosto del 2026, per qualche giorno, Terrazzo è tornata da lui.

 

Michele Buoso, al centro con il medaglione, a Sumidouro, in Brasile, insieme ai discendenti di Orlandino Donin.

 


Foto di copertina : immagine a scopo illustrativo

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