Il sindaco: «Pratiche lunghe e complesse, con un solo addetto comunale rischiamo di bloccare i servizi ai residenti». Il Tar ordina la trascrizione ma riconosce le difficoltà del Comune.

Il caso di Gazzo Veronese è diventato emblematico di un problema che oggi riguarda decine, se non centinaia, di piccoli Comuni italiani. Un paese di poco più di 5.000 abitanti, chiamato a gestire richieste di cittadinanza provenienti dall’altra parte del mondo, con organici ridotti all’osso e normative pensate per un’altra epoca.

Perché chiedono la cittadinanza italiana

Le domande arrivano soprattutto dal Sud America, da discendenti di emigrati italiani partiti tra Ottocento e primo Novecento. Persone che spesso non hanno mai vissuto in Italia, ma che rivendicano la cittadinanza per diritto di sangue (iure sanguinis).

Una scelta che, nella maggior parte dei casi, non è legata a un ritorno alle radici, ma a motivi molto pratici:
• ottenere il passaporto italiano;
• muoversi, lavorare e studiare liberamente nell’Unione Europea;
• avere meno vincoli per viaggiare nel mondo.

«Diciamolo chiaramente – sottolinea il sindaco Stefano Negrini – la cittadinanza viene chiesta quasi esclusivamente per il passaporto. Qui queste persone non le abbiamo mai viste e probabilmente non le vedremo mai».

Un piccolo Comune schiacciato da pratiche enormi

A Gazzo Veronese l’ufficio anagrafe può contare su una sola persona. Ogni pratica di cittadinanza comporta settimane di lavoro: atti da recuperare, alberi genealogici lunghissimi, verifiche complesse che risalgono anche a oltre 150 anni fa.

«Una sola pratica – spiega Negrini – può richiedere più di venti giorni di lavoro. Se dovessi dedicarmi solo a questo, dovrei bloccare tutte le altre attività del Comune. E io, da sindaco, devo prima garantire servizi ai miei cittadini: residenze, documenti, stato civile».

Ogni anno arrivano almeno una ventina di richieste. Un numero che, per un Comune di queste dimensioni, equivale a una vera e propria emergenza organizzativa.

Il Tar ordina, ma ammette le difficoltà

Il TAR del Veneto ha recentemente ordinato al Comune di Gazzo Veronese di procedere alla trascrizione di una cittadinanza già riconosciuta da un tribunale civile, fissando tempi precisi e ipotizzando la nomina di un commissario ad acta in caso di ulteriore ritardo.

Ma nella stessa sentenza, il Tar riconosce apertamente le «oggettive difficoltà» del Comune, arrivando persino a escludere sanzioni economiche perché la macchina amministrativa è già sotto pressione.

Un passaggio che suona come una mezza ammissione di sistema: la legge impone, ma lo Stato non mette i mezzi.

«Ci bloccano il Comune»

Il sindaco non nasconde l’amarezza:
«Se queste persone non sono soddisfatte – dice – si rivolgono al Tar, intasando anche i tribunali. Così il problema non si risolve, si sposta soltanto. Alla fine si crea un circolo vizioso che danneggia tutti».

Parole dure, che fotografano una realtà diffusa. I giudici amministrativi lo scrivono nero su bianco: il ricorso ai tribunali civili e amministrativi riproduce le stesse criticità degli uffici comunali, con nuovi ritardi e ulteriore sovraccarico.

Comuni costretti a far pagare

Di fronte a questa escalation, alcuni Comuni italiani hanno scelto una strada controversa: far pagare caro l’accesso alle pratiche di cittadinanza.
In diversi casi sono stati introdotti diritti amministrativi molto elevati, anche di migliaia di euro, per coprire i costi e contenere il numero delle richieste.

Una soluzione tampone che però crea forti disuguaglianze tra territori e rischia di trasformare un diritto in un servizio a pagamento.

E lo Stato?

Il punto più critico resta il ruolo dello Stato italiano.
Secondo molti amministratori locali, lo Stato:
• ha lasciato i Comuni inermi di fronte a un fenomeno globale;
• non ha creato uffici centrali o sovracomunali dedicati;
• non ha previsto risorse straordinarie per i piccoli enti.

«Così – conclude Negrini – si scarica tutto sui sindaci e sugli uffici locali. Ma questa non è una battaglia che possiamo combattere da soli».

Senza una riforma strutturale, la cittadinanza iure sanguinis rischia di diventare una bomba amministrativa: Comuni paralizzati, tribunali intasati e cittadini – residenti e oriundi – scontenti.

Un problema nazionale affrontato, ancora una volta, come se fosse locale.

 

Foto: il municipio di Gazzo V. (Ph. Massimo Ghirardi); a destra il sindaco Stefano Negrini.

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