Questo articolo di Karen Rubin pubblicato su Il Giornale di Sallusti ha fatto molto discutere nell’opinione pubblica, nell’occasione spaccata in due. Indipendentemente dal taglio politico dell’articolo, se mai lo si volesse etichettare, ci è sembrato interessante proporlo alla vostra attenzione per una discussione sui fatti accaduti.
La domanda è: “Hanno sbagliato solo le Forze dell’Ordine? Grazie dell’attenzione.

“La morte ha estinto ogni reato commesso da Stefano Cucchi, ma la campagna mediatica, sostenuta dalla sorella, è ambigua e rischiosa. Riabilita la figura dello spacciatore con enormi responsabilità morali, trasformandolo in un martire del sistema giustizia.
Se il pestaggio c’è stato, è auspicabile che i responsabili paghino e venga meno quell’omertà che copre le mele marce nelle forze dell’ordine.
Eppure questa pretesa di legalità suscita grande rabbia peché Ilaria Cucchi pretendeva il rispetto di diritti e legalità per il fratello mentre noi, comuni mortali che non commettiamo reati, che lavoriamo per mantenere le famiglie, dobbiamo difenderci proprio da spacciatori come lui, che minano la salute e la sicurezza dell’ambiente in cui vivono i nostri figli.
In questi anni abbiamo assistito al lutto patito dalla famiglia ed empatizzato con la sorella che durante le fasi di un lunghissimo processo ha mostrato alle telecamere il suo dolore. Quando si scrive di Stefano Cucchi si parla genericamente di un giovane geometra romano.
Si censura il suo ruolo negativo nella società per enfatizzare quello dei carabinieri. Il film sulla sua storia non omette che fosse uno spacciatore ma il tema centrale riguarda la narrazione del Cucchi figlio e fratello, per cui i parenti nutrivano affetto e speranza, che aveva tentato di smettere.
Soltanto una scena lo ritrae mentre passa il suo veleno a un altro giovane uomo e soltanto una frase senza immagini resoconta del chilo di hashish e dei 130 grammi di cocaina rinvenuti a casa sua dopo la morte. Quantitativo che costa a uno spacciatore circa 5200 euro e da cui ricaverà più del doppio. Non sono moltissimi soldi ma tantissime dosi: 260 confezioni di sostanza che intossicheranno più volte altrettante persone.
Stefano cucchi non ha più reati pendenti, non doveva essere picchiato e morire all’interno di un’istituzione carceraria ma la responsabilità di quello che ha fatto rimane sulla terra e la pagheranno sulla loro pelle 260 dei nostri figli che sulla strada hanno incontrato non un giovane geometra romano, ma uno spacciatore.
La campagna di Ilaria Cucchi forse creerà più coscienza nelle forze dell’ordine, ma cambia la visione della droga e dei drogati.
Il tossicodipendente non è un malato qualsiasi perché la sua medicina gli serve per procurarsi, volontariamente, un effetto voluttuario e piacevole. Mentre spaccia il tossico è capace di intendere e volere.
È un reato doloso e odioso perché testimonia una personalità antisociale.
Si sono persi anni nel considerare l’aspetto umanitario e sanitario degli spacciatori perdendo di vista altri interessi ben più importanti: i nostri giovani, le loro madri e i loro padri, che durante il loro percorso hanno sofferto per le illegalità quotidiane di Stefano Cucchi.
A loro sarebbe onorevole che Ilaria Cucchi destinasse il risarcimento per la morte del fratello. A una comunità terapeutica che accolga i 260 drogati che lo hanno incontrato”.

Karen Rubin – Il Giornale, sabato 27 ottobre 2018

Foto: in alto i giudici di uno dei processi per la morte di Stefano Cucchi; in basso a sinistra Stefano Cucchi; al centro, la sorella Ilaria Cucchi; a destra Karen Rubin, giornalista e moglie di Clemente Mimun, direttore del Tg5, ha scritto su Panorama e attualmente sul quotidiano Il Giornale, ha una rubrica dal titolo “Qui e ora”.

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