Oltre 100 artisti sul palco, con 60 orchestrali e 50 coristi, per «Pooh History – Omaggio Sinfonico»: sessant’anni di canzoni diventano materia orchestrale nelle mani del maestro Diego Basso. La partecipazione straordinaria del soprano Claudia Sasso, il pubblico che intona «Pensiero» e, nel finale, Roby Facchinetti sopraffatto dall’emozione: «Forse, anche grazie a te, la nostra musica può diventare immortale». Poi l’abbraccio tra i due e l’ovazione del Salieri.
LEGNAGO – Ci sono concerti che finiscono con l’ultima nota. E ce ne sono altri che continuano anche dopo, negli applausi, negli occhi delle persone, in una melodia che si continua a canticchiare tornando a casa. O in un abbraccio capace, da solo, di raccontare più di tante parole.
È successo ieri sera, giovedì 1° ottobre, al Teatro Salieri di Legnago con «Pooh History – Omaggio Sinfonico», il progetto ideato e diretto dal maestro Diego Basso che ha portato sul palcoscenico oltre 100 artisti per rileggere in veste sinfonica alcune delle pagine più amate della storia dei Pooh.
Una serata che poteva facilmente trasformarsi in una grande operazione nostalgia. Non è stato così.
Perché Basso non si è limitato a riproporre quelle canzoni con un’orchestra più grande. Ha fatto qualcosa di più difficile e, per certi versi, rischioso: le ha spogliate del loro vestito abituale per andare a cercare la musica che c’è dentro.
E alla fine è stato proprio Roby Facchinetti a consegnargli, con gli occhi pieni di emozione, il riconoscimento più bello:
«Forse, anche grazie a te, la nostra musica può diventare immortale».
LA SCOMMESSA: TOGLIERE I POOH PER RITROVARE I POOH
Il progetto, presentato in prima assoluta il 29 settembre al Teatro Mario Del Monaco di Treviso e approdato due giorni dopo a Legnago, nasce da un’idea precisa: portare le composizioni dei Pooh dentro una dimensione orchestrale, rinunciando al tradizionale impianto pop-rock e affidandole alla forza dell’orchestra e del coro.
Una scelta tutt’altro che scontata.
Perché togliere alle canzoni dei Pooh le voci che tutti conosciamo, le chitarre, le tastiere e quel suono diventato immediatamente riconoscibile significa privarle, almeno apparentemente, di una parte della loro identità.
Ma è proprio qui che si trova la scommessa di Basso.
Che cosa rimane di una grande canzone quando le togli il suono con il quale l’abbiamo conosciuta?
Al Salieri la risposta è arrivata con naturalezza: rimane la melodia. Rimane la scrittura. Rimane quell’impasto di romanticismo, immediatezza e costruzione musicale che ha permesso a quelle composizioni di attraversare generazioni diverse.
Basso non imita i Pooh e non cerca di sostituirli. Li guarda da un’altra prospettiva.
Gli archi allargano gli spazi emotivi, legni e ottoni fanno emergere colori diversi, le percussioni danno profondità e il coro diventa a tratti quasi un’ulteriore sezione dell’orchestra.
Il risultato è curioso e affascinante: conosci perfettamente la canzone che stai ascoltando e, nello stesso momento, hai l’impressione di scoprirne qualcosa che prima non avevi sentito.
OLTRE 100 ARTISTI PER SESSANT’ANNI DI CANZONI
A dare corpo al progetto sono stati gli oltre 100 artisti, 60 orchestrali e 50 coristi, riuniti sul palcoscenico, con l’Orchestra Ritmico Sinfonica Italiana e il Coro Lirico Opera House sotto la direzione di Diego Basso.
Un grande organismo musicale che ha attraversato decenni di repertorio, da «Pensiero» a «Noi due nel mondo e nell’anima», da «Tanta voglia di lei» a «Uomini soli», «Dammi solo un minuto», «Piccola Katy», «Pierre», «Chi fermerà la musica», «La donna del mio amico», «L’Aquila e il Falco». Il progetto è articolato in 22 momenti preceduti da un’ouverture.
Ma sarebbe sbagliato leggere la scaletta come una semplice successione di hit.
Gli arrangiamenti di Basso cercano infatti di aprire le composizioni, svilupparne temi e sfumature, senza perdere il legame con l’originale.
Ed è forse questa la parte più interessante dell’operazione: cambiare molto senza tradire nulla.
Le melodie restano riconoscibili, ma acquistano respiro. Alcune diventano solenni, altre intime, altre ancora sembrano quasi scritte fin dall’origine per essere affidate a un grande organico orchestrale.
CLAUDIA SASSO, UNA VOCE CHE ARRIVA AL CUORE
Dentro questo grande affresco musicale trova spazio anche la partecipazione straordinaria del soprano Claudia Sasso, presenza tutt’altro che casuale nell’universo artistico di Diego Basso.
Sasso conosce bene questo percorso musicale e ha già incrociato quello di Roby Facchinetti: ha partecipato infatti al progetto «Symphony», nato dall’incontro tra Facchinetti e Basso e dalla rilettura orchestrale di alcuni brani.
Al Salieri la sua voce porta un’ulteriore dimensione emotiva.
Non è un’aggiunta ornamentale. È un colore diverso che entra nella tavolozza orchestrale, sale sopra gli strumenti e poi vi ritorna dentro, contribuendo a spostare ancora un po’ più lontano quelle canzoni dalla loro veste originaria.
Per il pubblico legnaghese, inoltre, Claudia Sasso non è una presenza nuova: proprio sul palcoscenico del Salieri e su quello cittadino di piazza Garibaldi era già stata protagonista
con l’Orchestra Ritmico Sinfonica Italiana diretta da Basso.
Un ritorno che ieri sera ha avuto il sapore delle grandi occasioni.
POI ARRIVA «PENSIERO». E CANTA TUTTO IL SALIERI
C’è però un momento in cui l’intero progetto sembra improvvisamente trovare la propria spiegazione.
Arrivano le note di «Pensiero».
Una di quelle canzoni che non hanno quasi più bisogno di un interprete perché, dopo tanti anni, l’interprete è diventato il pubblico.
Diego Basso si volta verso la platea e la coinvolge.
E il Salieri canta.
Canta davvero.
A quel punto succede qualcosa che nessun arrangiamento può essere sicuro di ottenere sulla carta.
Basso aveva costruito un progetto nel quale la voce tradizionale dei Pooh lasciava spazio all’orchestra. Ma proprio nel momento in cui quella voce sembra mancare, arriva dalla platea.
Centinaia di persone intonano «Pensiero».
Per qualche minuto non ci sono più palco e sala, musicisti e spettatori. C’è una sola voce collettiva.
Ed è forse la prova più convincente della grandezza popolare di queste canzoni: dopo decenni, il pubblico non ha bisogno di essere invitato a ricordarle. Le porta già con sé.

FACCHINETTI DAVANTI A BASSO: L’EMOZIONE PRENDE IL SOPRAVVENTO
Poi arriva il momento che nessuna scaletta avrebbe potuto programmare.
Roby Facchinetti raggiunge Diego Basso.
Fino a quel momento il Salieri aveva ascoltato la musica dei Pooh trasformata dall’orchestra. Adesso davanti al direttore c’è uno degli uomini che quella musica l’ha composta, suonata, cantata e vissuta per gran parte della propria esistenza.
Facchinetti prova a raccontare quello che ha appena ascoltato.
Parla degli anni trascorsi, ognuno con la propria storia. Dei successi, delle difficoltà, delle cadute, delle discussioni. Di tutto ciò che inevitabilmente si deposita dentro un percorso artistico e umano così lungo.
Poi guarda Basso.
«Con questo progetto bellissimo tu hai chiuso il cerchio. Certo che oltre a questo non c’è nulla».
Ma il senso delle sue parole non è quello di una storia che finisce.
Al contrario.
Facchinetti ricorda il lavoro che Basso ha dedicato al progetto, un percorso durato tre anni, e soprattutto l’amore con cui lo ha costruito.
«Io so quanto amore hai messo dentro e il lavoro che hai fatto in questi tre anni. Un lavoro veramente straordinario».
E poi pronuncia la frase che resterà probabilmente come l’immagine sonora più forte della serata:
«Meriti che questa storia possa andare avanti per tanto tempo, perché forse, anche grazie a te, la nostra musica può diventare immortale. Grazie».
A quel punto le parole non servono più.
L’emozione prende il sopravvento.
Facchinetti abbassa il volto e si porta una mano sugli occhi. Non riesce più a trattenere l’emozione.
Basso gli va incontro.
Lo abbraccia.
E per qualche istante il Teatro Salieri vede scomparire i ruoli.
Non ci sono più il celebre compositore e cantante dei Pooh e il maestro che ha orchestrato le sue canzoni.
Ci sono semplicemente due uomini uniti dalla musica.
Uno l’ha scritta e l’ha portata attraverso sessant’anni di storia italiana. L’altro l’ha raccolta, studiata, scomposta e ricostruita per darle una nuova vita.
QUANDO LA MUSICA SUPERA IL TEMPO
Ed è probabilmente questo il risultato più importante di «Pooh History».
Non dimostrare soltanto che le canzoni dei Pooh possono essere suonate da una grande orchestra. Sarebbe troppo facile.
Diego Basso ha provato a dimostrare qualcosa di più: che una grande melodia può sopravvivere al proprio arrangiamento, al proprio suono e persino all’epoca nella quale è nata.
Può cambiare pelle senza perdere l’anima.
Può passare dalle chitarre agli archi, dalle tastiere agli ottoni, dal disco a un teatro.
Può attraversare sessant’anni e ritrovarsi, una sera d’ottobre, sul palcoscenico del Salieri davanti a persone che quelle canzoni le hanno ascoltate da ragazzi e ad altre che le hanno conosciute molto dopo.
E può succedere persino qualcosa di più bello.
Che un direttore d’orchestra tolga idealmente la voce dal palcoscenico e che quella stessa voce gli venga restituita da un teatro intero che canta «Pensiero».
Alla fine rimangono gli applausi. Rimangono Claudia Sasso e la sua voce. Rimangono l’orchestra, il coro e gli oltre 100 artisti protagonisti di una serata che ha provato a guardare avanti partendo da un patrimonio musicale enorme.
Ma rimane soprattutto un’immagine.
Roby Facchinetti commosso. Diego Basso che lo stringe.
E rimane quella frase.
Non parla di nostalgia. Non parla di una storia conclusa.
Parla di futuro.
«Forse, anche grazie a te, la nostra musica può diventare immortale».
Dopo una serata così, al Salieri, è difficile immaginare un complimento più grande.
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