Al tavolo in Confindustria emerge la prospettiva di cessazione dell’attività. La Fiom accusa la gestione e cerca un nuovo acquirente: dopo anni di sacrifici e ammortizzatori sociali, il futuro della fabbrica di Vallese è ancora senza una soluzione.
VALLESE DI OPPEANO — La Fdf produce barre e tubi cromati per macchine movimento terra, energia e agricoltura. Oggi, nello stabilimento di Vallese, sono soprattutto sessanta lavoratori ad avere bisogno di certezze: secondo quanto riferisce la Fiom Cgil di Verona, l’azienda si avvia verso la cessazione dell’attività. Dopo anni di difficoltà, ammortizzatori sociali e richieste di rilancio, il rischio è che il conto più pesante finisca nelle case di chi ha continuato a lavorare aspettando una ripartenza.
La prospettiva è emersa nell’incontro del primo ottobre nella sede di Confindustria Verona, con la Regione Veneto collegata da remoto. Il comunicato sindacale del 6 ottobre descrive un quadro severo: forte esposizione verso le banche, criticità finanziarie e necessità, indicata dai nuovi interlocutori aziendali, di fermare l’attività per arrestare l’aumento del passivo.
Secondo la Fiom, l’azienda ha annunciato l’intenzione di chiedere al Ministero del Lavoro il passaggio dall’attuale contratto di solidarietà alla cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività entro la fine dell’anno. La richiesta annunciata deve ancora tradursi nei necessari passaggi formali. Ma la direzione prospettata al tavolo segna già una svolta: la vertenza che doveva accompagnare il rilancio rischia di diventare la gestione della chiusura.
Anche il cambiamento degli interlocutori pesa. La Fiom riferisce che i precedenti rappresentanti aziendali sono stati estromessi e che proprietà e soci hanno preteso chiarezza sulla gestione. È il sindacato ad attribuire il deterioramento dell’impresa a scelte manageriali inadeguate. Una contestazione dura, che mette al centro una domanda inevitabile: come si è arrivati a questo punto dopo anni nei quali la difficoltà dello stabilimento era già evidente?
Martino Braccioforte, segretario generale della Fiom Cgil di Verona, parla di «scelte manageriali scellerate e incapaci» che mettono a rischio la sicurezza di decine di famiglie. «I lavoratori e le lavoratrici hanno dato tutto, garantendo produzione e qualità anche nei momenti più complessi: oggi pretendono e meritano rispetto, dignità e risposte concrete».
La richiesta di rispetto ha un significato preciso. I dipendenti hanno già attraversato riduzioni dell’attività, incertezza e una protesta per ottenere gli stipendi arretrati. Adesso si trovano davanti alla possibilità di perdere il posto. Il tempo guadagnato con gli ammortizzatori sociali non ha finora consegnato loro una prospettiva industriale stabile.
Per questo la Fiom chiede tutele per tutti i sessanta lavoratori: incentivi all’esodo esclusivamente volontario, strumenti per favorire l’accesso alla Naspi, formazione e percorsi di ricollocazione sostenuti dalla Regione Veneto. Misure necessarie a proteggere le persone, mentre resta aperta la questione decisiva: chi può investire sul sito e farlo ripartire?
«Chiunque abbia la capacità e la volontà di acquisire il sito e investire su questo impianto si faccia avanti subito», sollecita Braccioforte. L’appello riguarda istituzioni, imprenditori e territorio. Cercare un nuovo soggetto industriale significa provare a salvare, insieme all’occupazione, competenze e capacità produttive che una chiusura potrebbe disperdere.
La storia della vertenza spiega perché oggi la preoccupazione sia così forte. Già nell’ottobre 2025 Fiom e Uilm denunciavano cinque anni di ricorso agli ammortizzatori sociali nella Fdf, indicata nelle cronache come controllata del gruppo ASO H&P. Prima la cassa integrazione ordinaria, poi il contratto di solidarietà: alle difficoltà di mercato si era aggiunta una crisi di liquidità.
Il 13 ottobre 2025, per il mancato pagamento degli stipendi di settembre, la Rsu, la Fiom e la Uilm avevano proclamato lo stato di agitazione a oltranza e organizzato un presidio permanente ai cancelli. Chiedevano le retribuzioni dovute e un piano industriale credibile.
Il 17 ottobre, dopo il pagamento degli arretrati, era arrivato un accordo con sostegni economici aggiuntivi e confronti periodici; per il 20 ottobre era annunciata la presentazione del nuovo piano industriale. Il pagamento degli stipendi aveva risolto l’emergenza immediata. La fragilità dell’impresa era rimasta, insieme alle preoccupazioni sindacali sulla tenuta dell’occupazione e sulla continuità produttiva.
Nel giugno 2026, all’assemblea regionale della Fiom a San Giovanni Lupatoto, Braccioforte riferiva che i lavoratori proseguivano grazie a un contratto di solidarietà ministeriale in deroga, con la speranza di riaprire gli impianti entro fine anno.
Ora quello stesso traguardo temporale compare nel percorso verso la cessazione annunciato dall’azienda. È il passaggio più amaro della vicenda: pochi mesi fa si guardava alla riapertura, oggi si cerca qualcuno disposto a impedire che lo stabilimento perda il proprio futuro.
Il prossimo confronto è fissato per il 12 ottobre. Nelle informazioni disponibili non compare ancora un acquirente individuato né un accordo di salvataggio. Le tutele dovranno essere definite e la ricerca di investitori dovrà produrre possibilità verificabili.
Dopo anni di attesa, sessanta lavoratori hanno diritto di sapere quali impegni verranno presi, da chi e con quali tempi. La loro disponibilità a sopportare la crisi non può diventare un’attesa senza fine.
Foto: a sinistra la sede di FDF a Vallese di Oppeano; a destra, Martino Braccioforte, segretario generale della Fiom Cgil di Verona
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