VERONA – Tra parassiti, “colpi di calore” e scarsità di raccolto, l’olivicoltura veronese sta vivendo una delle stagioni più complesse degli ultimi anni. A tracciare un quadro realistico ma anche propositivo è Enzo Gambin, direttore dell’Aipo Verona, l’Associazione interregionale produttori olivicoli che riunisce oltre seimila soci.

«La raccolta è in pieno svolgimento – spiega Gambin – ma le quantità sono scarse e le difficoltà diffuse. La mosca olearia ha colpito duramente fin da agosto, favorita da un clima mite e umido che ha permesso più generazioni del parassita. A questo si sono aggiunti i “colpi di calore” di giugno e luglio, che hanno provocato la cascola anomala delle olive, con perdite che in alcuni oliveti hanno superato il 60%».

Un danno non solo produttivo, ma anche economico e identitario. «Dal 2021 la Dop Veneto fatica a mantenere i livelli di produzione – sottolinea Gambin – e quest’anno, per la carenza di materia prima, diversi oleifici rischiano di non aprire. Se non c’è prodotto, mancano anche le risorse per sostenere i consorzi, la ricerca e la promozione».

Secondo le stime dell’Aipo, la raccolta 2025 in provincia di Verona si fermerà tra i 60 e i 65 mila quintali di olive, contro i 110-120 mila delle annate normali, con un calo medio del 60-65%. La resa in frantoio si attesta attorno al 12%, e il valore complessivo della produzione veronese supera di poco i 13 milioni di euro, sostenuto da prezzi in leggera crescita, fra 17 e 20 euro al litro.

Nonostante le difficoltà, nei frantoi veronesi si respira aria di ripartenza: l’olio nuovo è arrivato, e con esso il desiderio di far conoscere un prodotto di alta qualità, simbolo del territorio e della sua identità. Le varietà storiche come Grignano, Favarol e Casaliva restano garanzia di eccellenza, apprezzate per gusto e valore nutrizionale.

Accanto ai produttori, anche la politica regionale e le associazioni di categoria si muovono per sostenere il comparto. Il consigliere regionale Alberto Bozza, componente della Commissione Agricoltura, ha illustrato la proposta di legge che riconosce la figura dell’“olivicoltore custode”, ossia chi si prende cura degli oliveti anche senza essere imprenditore agricolo. «È il modo – ha spiegato Bozza – per restituire dignità e sostegno a migliaia di persone che, con passione, mantengono vivo un patrimonio ambientale e culturale che rischia di andare perduto».

Sulla stessa linea, Alberto De Togni, presidente di Confagricoltura Verona e vicepresidente vicario di Confagricoltura Veneto, ha ribadito l’importanza di una strategia nazionale che valorizzi anche l’olivicoltura del Nord. «Per il successo del Piano olivicolo nazionale, atteso per il 2026, è indispensabile sostenere sia le realtà produttive del Sud sia quelle dei nostri areali collinari – ha dichiarato –. Solo così potremo ridurre i costi di produzione e garantire un futuro sostenibile a un settore che, nel Veronese, rappresenta un tassello prezioso del paesaggio e della nostra economia agricola».

«Dietro ogni goccia d’olio c’è un grande lavoro – conclude Gambin – e anche in un’annata difficile come questa, il nostro olio extra vergine veronese rimane un prodotto di altissimo valore, frutto di passione, competenza e rispetto per la terra. Proteggerlo significa custodire paesaggio, biodiversità e cultura rurale».

 

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