Non c’era corte contadina, un tempo, in cui mancasse il filare di clinto – racconta il poeta delle tradizioni Stefano Cantiero nel nuovo video della storia del vino dei nonni.

Quell’uva rossa, grossa, resistente, che profuma di fragola, che in molti chiamavano uva americana magari senza sapere che effettivamente era così, perché quel vitigno arrivò dal Nuovo Continente nel 19mo secolo salvando di fatto la viticoltura europea decimata dalla fillossera.

Una volta il vino della campagna veronese (e non solo, ovviamente), era questo. Un vino semplice, prodotto rudimentalmente, ma comunque immancabile sulle tavole delle famiglie.

Si è prodotto per lunghi decenni, conservato nei caratteristici bottiglioni da due litri sistemati in cantina e tirati fuori alla bisogna dopo una fermentazione sviluppatasi nelle caratteristiche tinozze dove il mosto “bolliva” dopo la pigiatura.

Oggi la commercializzazione è vietata per legge, perché sembra che durante la lavorazione si sviluppi una quantità eccessiva di alcol metilico (il famigerato metanolo), ma la produzione per consumo familiare è consentita.

Ma queste limitazioni non hanno comunque cancellato il senso della memoria che questo vino incorpora e che ancora oggi evoca ricordi e giovialità, perché il clinto era anche il vino della semplicità e della compagnia contadina.

A Concamarise, insieme alla Pro Loco e agli amici della Confraternita dei Nostaglici del Tabar di Sant’Antonio Abate, abbiamo rivissuto un po’ di quei tempi andati, in cui si vendemmiava cantando (non per la gioia, bensì per evitare che i raccoglitori esagerassero mangiando l’uva… ) e poi i bambini pigiavano l’uva con i piedi.

Ovviamente quella che vedrete è una dimostrazione, fatta con strumenti vecchissimi, improponibili ai tempi odierni. Ma il senso di una civiltà rurale che ha trovato anche nel clinto uno dei suoi baluardi più caratterizzanti un po’ in tutto il territorio veneto e oltre, beh, quello c’è proprio tutto!

Stefano Cantiero

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