Sagre storiche, feste di paese, manifestazioni enogastronomiche che da decenni animano piazze e frazioni del Veneto oggi si trovano davanti a un bivio. La nuova disciplina fiscale entrata in vigore a gennaio per gli enti del Terzo Settore rischia di cambiare radicalmente il volto delle Pro Loco e, con esse, quello delle comunità locali.
Dalle grandi feste storiche alle sagre di nicchia che tengono vive frazioni e piccoli centri, il Veneto è d’Italia potrebbe perdere una parte significativa del proprio calendario popolare. Nel Veronese e nella Bassa tremano manifestazioni simbolo come La Battaglia di Castagnaro, la Festa dell’Uva di Soave, la Festa del Radicchio di Casaleone e di Roveredo di Guà, la Sagra dei Rofioi di Sanguinetto, la Festa del Melone di Erbè, la Festa delle Carni Bianche di San Pietro di Morubio e l’Anara Pitanara di Tarmassia.
E ancora: la Festa del Mandorlato di Cologna Veneta, la Sagra dei Bisi di Colognola ai Colli e la Verza Moretta di Veronella, tutte riconosciute dall’Unpli – Unione Nazionale Pro Loco d’Italia – come «Sagra di Qualità».
Non si tratta soltanto di appuntamenti gastronomici. Dietro ogni evento c’è una rete di volontariato che sostiene parrocchie, scuole paritarie, associazioni sportive e culturali. In molti piccoli Comuni rappresentano l’unico motore sociale ed economico capace di generare risorse per la comunità.
Il nodo fiscale
Il punto critico riguarda la revisione del regime fiscale applicato alle organizzazioni iscritte al Registro Unico del Terzo Settore. La soglia del volume d’affari per accedere al regime forfettario è stata ridotta da 130 mila a 85 mila euro. Superato quel limite, l’ente rischia di essere assimilato a un soggetto commerciale, con conseguenze rilevanti: registratore di cassa fiscale, contabilità ordinaria, adempimenti tributari stringenti e, in alcuni casi, tassazione anche delle quote associative.
Un cambiamento che ha messo in agitazione le 578 Pro Loco venete, coordinate dall’Unpli regionale, che rappresentano quasi 50 mila volontari.
«In queste settimane stiamo raccogliendo grande preoccupazione tra i nostri associati — spiega il presidente regionale dell’Unpli, Rino Furlan —. Il rischio concreto è che realtà nate per valorizzare tradizioni e sostenere il territorio vengano trattate come esercizi commerciali. È una prospettiva che potrebbe indurre molte Pro Loco a riconsiderare la possibilità di continuare a organizzare eventi ormai storici».
«Non siamo aziende»
Il tema non è soltanto fiscale, ma identitario. Nella definizione di «attività svolte con modalità commerciali» rientrano infatti le sagre, le sponsorizzazioni, il merchandising e la vendita di prodotti tipici. Se i proventi di queste attività superano quelli derivanti da quote associative, contributi e donazioni, scatta l’obbligo di adeguarsi al regime ordinario.
«Le Pro Loco non possono essere equiparate a bar o ristoranti — sottolinea Furlan —. Le nostre attività non hanno scopo di lucro e quanto viene raccolto durante una manifestazione ritorna alla comunità sotto forma di servizi, contributi e iniziative sociali».
Una posizione condivisa anche nel Veronese. «Le Pro Loco rappresentano la spina dorsale del volontariato locale — osserva Teresa Meggiolaro, presidente del Consorzio Pro Loco Basso Veronese —. Custodiscono tradizioni, promuovono prodotti tipici, organizzano eventi come il Carnevale e tengono vive frazioni e quartieri che altrimenti rischierebbero lo spopolamento».
Meggiolaro entra nel merito tecnico: «La riduzione della soglia del volume d’affari da 130 mila a 85 mila euro ha costretto molte associazioni a interrogarsi sulla sostenibilità futura. Adeguarsi significa affrontare costi amministrativi importanti, affidarsi stabilmente a un commercialista e gestire una burocrazia complessa. Parliamo di volontari che dedicano tempo alla comunità sottraendolo alle proprie famiglie».
L’attesa di chiarimenti
A rendere ancora più delicata la situazione è l’attesa di una circolare esplicativa dell’Agenzia delle Entrate, dopo la riduzione — per adeguamento alla normativa europea — del limite del volume d’affari da 130 a 85 mila euro, che chiarisca l’applicazione concreta delle nuove norme.
«Da mesi aspettiamo indicazioni definitive — prosegue Meggiolaro —. La riforma del Terzo Settore dovrebbe favorire il volontariato, non appesantirlo con ulteriori oneri».
Il timore, condiviso anche da molti amministratori locali, è che l’aumento della pressione fiscale si traduca in una riduzione del numero e della qualità degli eventi, con ricadute sull’indotto economico: fornitori, produttori agricoli, associazioni culturali e sportive.
Pressing politico
Il confronto si è già spostato a livello nazionale. L’Unpli Veneto ha invitato le Pro Loco a confrontarsi con i propri consulenti per individuare l’assetto fiscale più adeguato e sta cercando il sostegno della Regione per ottenere correttivi o interpretazioni meno penalizzanti.
«Invitiamo i presidenti di Pro Loco a prestare massima attenzione alle novità normative — conclude Furlan — e a valutare con i propri consulenti la soluzione più adatta. Ma è evidente che servono chiarimenti e, se necessario, interventi correttivi. Non possiamo permettere che una riforma pensata per regolamentare finisca per indebolire chi, da decenni, sostiene il tessuto sociale dei nostri territori».
La partita resta aperta. Sullo sfondo, però, rimane una domanda che in molti si pongono: può una sagra di paese, organizzata da volontari e destinata a finanziare opere sociali, essere trattata come un’attività commerciale qualsiasi?
Per le Pro Loco venete la risposta è netta. E il tempo per trovare un equilibrio, avvertono, non è infinito.
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